Tutti e due con la nuova "Visentini" più in testa che in tasca abbiamo puntato una mattina ai Campanili dei Lastei. Dopo averli visti e rivisti, letti e riletti sui libri, in cerca di tracce, abbiamo sfidato gli oscuri e nebbiosi (quel giorno) canaloni. Per un po' è un sentiero normale, faticoso, faticoso. A un certo punto però "scartiamo" ed entriamo nel nulla, nel nuovo, nel regno della curiosità, delle erbe e dei camosci. Un canalone, tra tanti, è quello giusto. Usciamo dal sentiero affidandoci ad un ometto di discutibile sembianza ed al solito pacchetto di relazioni, che infittisce la nebbia. La nebbia quel giorno rende tutto grigio. Saliamo. Arriviamo alla base di una parete, dove si apre un altro salto di roccia, che quel giorno si incastrava nella nebbia. A destra appare un bollo rosso: vernice nuova, lucida. Il Mitico questi non li ha visti, non ne parla: che cosa direbbe? E poi ancora entrando nel canalone terroso e sassoso che sale ripido. A salvare l'onore del canalone, così punteggiato dalla varicella, interviene un ometto che indica con il dito il margine superiore destro e la via di uscita. Così ricomincia il ripido salire per i prati. E se non fosse per quei segni di vernice rossa, che ricominciano, potremmo essere in un prato vergine sotto i tre giganti davanti al passo Lucan, confusi nel nero dei vulcani e nel verde delle erbe. A destra e sinistra prosegue ondulando il pendio ripido finchè dei landri per camosci ci vengono incontro. Si sale a sinistra sempre tra ometti e macchie di vernice. Si costeggia la parete, tenendosela a destra e il rosso scompare. Più niente, neanche un ometto a parte le solide pareti di un canalone pieno di detriti. Si risale. Un salto di rocce slabbrate verso il basso, scomode da salire. Primo grado? No no, si torna giù nella nella nebbia, questo è almeno un terzo, è un altro canalone.. chissà dove porta. Si scende immersi nell'umido e nel grigio. Si risale per un secondo canalone mentre il vento apre la conca sulla quale si innestano due campanili ed un'altra cima. Lo spettacolo è di pochi attimi. C'è da essere felici del sole che illumina quelle torri in un momento. Ritentiamo il nuovo canalone nel grigio della nebbia. E' quello giusto. Ed ecco la forcella, lamina piantata tra due torri. Ci fermiamo su uno spazio senza nome, sensazione antica e fredda e, senza problemi nè patimenti ma con lo stomaco alpinisticamente sazio. Decidiamo di scendere quando mancavano cento metri alla cima del Terzo Campanile, cinquanta alla cima del Secondo e sotto di noi ce n'erano mille e quattrocento. I bolli rossi, i bolli rossi: dobbiamo dirglielo a Visentini. |